Il sigaro è stato fumato, e noi siamo la cenere - di Giulio Amaturo

Solo chi è stato a L’Avana può veramente capire cosa vuol dire fumare a L’Avana.
Può, perché non è automatico: ci va quel minimo di cultura, sensibilità e passione che certo non mancano a chi mi legge in questo gruppo.
A chi c’è già stato, vorrei suscitare qualche piacevole ricordo e magari un po’ di nostalgia; a chi invece non ha ancora fatto il grande viaggio, mi piacerebbe fornire il mio piccolo contributo per convincerli
ppartire e comprendere appieno l’ovvietà del mio incipit.
Sono stato la prima volta a Cuba nel 2009. Non molti anni fa, ma sembra passato un secolo per le solite due ragioni per cui ci pare così quando torniamo in un luogo visitato in passato: è cambiato lui e siamo cambiati noi; nel 2009 internet era di fatto inesistente, le casa particular erano su passaparola, i ristoranti ancora quasi tutti di stato, i locali pochi.
Io ero un fumatore alle prime armi che aveva appena ricevuto il diploma di Catador e doveva sposarsi di lì a pochi mesi: cosa meglio di un viaggio a Cuba?
Compagni più esperti, nel mio primo assaggio di “compartir”, mi avevano messo in tasca il nome e il numero di telefono di un tizio con una partita in “anteprima” delle Edizioni Limitate di quell’anno. Qualche Duke di Romeo y Julieta ce l’ho ancora, e ho fatto bene a tenerli perché ora almeno so cosa sono. Ero andato a casa sua, non lontano dal Malecon; aveva una stanza che era un internet point clandestino con gente che andava e veniva, e alla fine era arrivato anche il mio “pacchetto”, un piccolo container da rischio arresto visto che contrabbandavo per molti.
Uno dei primi ricordi del mio fumare a L’Avana è in quella stanza carbonara, con un magnum 48 che non doveva essere lì, come probabilmente niente e nessuno di quelli che c’erano; ascoltavo i racconti giovanili sulla raccolta del tabacco del mio anfitrione mentre sorvegliava i suoi monitor già vecchi, e la brezza dell’oceano che entrava dalle finestre tentava di diradare la nebbia dei nostri sigari.
A L’Avana ci sono 9 Casa Del Habano. Non è non è importante visitarle tutte. Io ho le mie preferite, frutto del gusto e dell’abitudine, e ho soprattutto tanti posti diversi in cui ogni volta torno per riassaporarne odori e sensazioni, illudendomi che il tempo non sia passato. Certo, vi potrei dire quello che vi direbbero tutti, ci sono luoghi che sono dei “must”, l’equivalente cubano per un fumatore del Colosseo a Roma o di Piazza San Marco a Venezia: i portici dell’Hotel Nacional dove, soprattutto durante i festival, potrete sempre essere sicuri di incontrare qualche appassionato con cui condividere la serata; la Vip Lounge della Partagas (speriamo risorga e che la nuova intanto sia all’altezza) in cui dopo poco sarete accolti sempre come amici; Il Conde de Villanueva, col suo clima da sport bar americano che fa un po’ vecchia cuba; i tavolini pomeridiani colmi di mojitos del bar Monserrate, affacciati un po’ sulla strada, un po’ sulle serrande semi alzate, un po’sulla musica della sua orchestrina sempre in azione. Potrei continuare a lungo, ma in realtà quello che a me piace del fumare a L’Avana è Il suo poterlo fare camminando semplicemente per strada, magari in luoghi meno battuti. In fin dei conti il sigaro, un po’ come tutti noi, è espressione del suo luogo di origine e ne assorbe il calore, l’umidità e l’aria salmastra, il senso del tempo che spesso si dilata per accogliere le poche cose da fare, piuttosto che per contenerne le molte che solitamente ci imponiamo. Il sigaro però è anche proiezione di noi stessi: non c’è luogo migliore diaq L’Avana perché ci completi come dandy in panama e camicia di lino, o pseudo machos in canotta bianca e ciabatte sbrindellate.
Qualche volta questa “normalità” che è tutto dire, ci può regalare anche qualche esperienza indelebile.
Come una mattina, a Centro Habana, che misi il muso col suo sigaro attaccato in quello che mi sembrava una cosa tra un garage e una grotta, in un luogo dove non ci sarebbero dovuti essere né l’uno né l’altra. Mi tirò dentro prontamente un tale, che scoprì poi essere uno scultore e quello era un atelier. In un attimo ero lì, seduto in un cerchio di sedie coi suoi amici e i suoi racconti di mirabolanti commissioni in tutta l’isola, in quella convivialità cubana accesa dal ron se è un bel giorno in cui c’è ne è. Fumavo un open master, che fumo solo a L’Avana, perché lì va bene, e non chiedetemi perché; se non lo capiamo ma lo sentiamo però un perché c’è sempre, visto che la linea Master a L’Avana me la sono ritrovata un bel giorno da riconoscere nella finale del HWC.
Un’altra volta invece, ero proprio con Aurelio, di ritorno da una battuta di caccia (di sigari, ovviamente…) e sentendo della musica proveniente da un balcone, siamo risaliti sino all’appartamento; àchiedendo umilmente il permesso, ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un “tambor”, l’offerta votiva ai santi della Santeria.
In altre occasioni le esperienze si possono anche preparare, a rischio poi di distruggere per sempre la propria obiettività di presunti esperti. Per me, il Robusto Supremo di Cohiba del 2014 sarà sempre un sigaro straordinario perché lo accesi per la prima volta da un tavolino in prima fila del Tropicana, in una notte scintillante di tutti i colori dei costumi delle ballerine che avevo letteralmente sotto il naso.
No, non andate a Cuba per una seduta di analisi sensoriale o una degustazione tecnica. Per quelle basta casa vostra, un bicchiere d’acqua, una scheda CCA e un po’ di allenamento.
Poi però siete sicuri di avere davvero inteso il sigaro che state fumando? siete sicuri vi abbia aiutato a fare quello che dovrebbe saper fare meglio? Fumare un sigaro non è solo fumare un sigaro, ma anche capire un po’ di più noi stessi.

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ESPAÑOL  (traduccion Zulema Taquechel)

Solo quienes han estado en La Habana pueden comprender realmente lo que significa fumar en La Habana.
Pueden, porque no es automático: se necesita ese mínimo de cultura, sensibilidad y pasión que ciertamente no les falta a quienes me leen en este grupo.
A los que ya estuvieron allí, quisiera despertarles algunos recuerdos agradables y quizás un poco de nostalgia; a aquellos que aún no han hecho el gran viaje, me gustaría brindar mi pequeña contribución para convencerlos a partir y a comprender plenamente la obviedad de mi íncipit.
Estuve en Cuba por primera vez en 2009. No hace muchos años, pero parece que ha pasado un siglo por las dos habituales razones por las que así nos parece cuando regresamos a un lugar visitado en el pasado: él ha cambiado y nosotros también. En 2009 Internet era prácticamente inexistente, las casas particulares se encontraban gracias a quien corriera la voz, los restaurantes casi todos eran estatales, y eran muy pocos los locales.
Yo era un fumador novato que acababa de recibir un diploma de Catador y debía casarme en unos meses: ¿qué mejor regalo que un viaje a Cuba?
Compañeros más experimentados, en mi primera prueba de "compartir", me habían puesto en el bolsillo el nombre y el número de teléfono de un tipo con un paquete de "vista previa" de las Ediciones Limitadas de ese año. Todavía me quedan algunos duques de Romeo y Julieta, e hice bien en quedármelos porque ahora al menos sé cuáles son. Había ido a su casa, no lejos del Malecón; tenía una habitación que era un punto clandestino de internet con gente entrando y saliendo, y al final también había llegado mi "paquete", un pequeño contenedor con riesgo de arresto ya que contrabandeé para muchos.
Uno de los primeros recuerdos de mi pasión por los puros en La Habana fue en esa sala escondida, con una magnum 48 que por supuesto no debía estar allí, como probablemente nada y ninguno de los que estaban presentes; escuché las historias juveniles de mi anfitrión sobre la recolección de tabaco mientras él miraba sus ya viejos monitores, y la brisa del mar que entraba por las ventanas trataba de despejar la niebla de nuestros puros.
En La Habana hay 9 Casas Del Habano. No es importante visitarlas todas. Tengo mis favoritas, fruto del gusto y la costumbre, y sobre todo tengo muchos lugares distintos a los que vuelvo cada vez para saborear sus olores y sensaciones, con la ilusión de que el tiempo no haya pasado. Por supuesto, podría decirte lo que todo el mundo te diría, hay lugares que son un "must", el equivalente cubano para un fumador del Coliseo de Roma o la Piazza San Marco de Venecia: las arcadas del Hotel Nacional donde, especialmente durante festivales, siempre puedes estar seguro de encontrar algunos fans con quienes compartir la velada; el Partagas Vip Lounge (esperemos que vuelva a subir y que el nuevo esté a la altura) donde pronto serán recibidos como amigos; el Conde de Villanueva, con su ambiente de bar de deportes americano y su sabor a aquella Cuba de antaño; las tardes del bar Monserrate y sus mesas con vista a la calle llenas de mojitos, sus ventanas semi-abiertas y la música de su orquesta siempre en acción. Podría continuar con los ejemplos, pero en realidad lo que me gusta de fumar en La Habana es que puedes hacerlo simplemente caminando por la calle, quizás en lugares menos transitados. Al fin y al cabo, el puro, un poco como todos nosotros, es una expresión de su lugar de origen y absorbe el calor, la humedad y el aire salado, el sentido del tiempo que a menudo se expande para acomodar las pocas cosas que debemos hacer, en vez de contener los muchas cosas que solemos imponernos. El puro, es también una proyección de nosotros mismos: no hay mejor lugar que La Habana para completarnos ya sea en una versión dandy con sombrero Panamá y camisa de lino, tanto como en una versión pseudo macho en camiseta blanca sin mangas y pantuflas andrajosas.
A veces esta "normalidad" que ya es mucho decir, también nos puede dar alguna experiencia inolvidable.
Como me sucedió una mañana, en Centro Habana, cuando metí la nariz con mi puro en boca a lo que me pareció algo así como un garaje o una cueva, en un lugar donde no debía haber estado ni una cosa ni la otra. Un hombre me detuvo rápidamente, y luego descubrí que era un escultor y que aquel lugar no era otra cosa que un taller. En un momento me encontré allí: sentado en un círculo de sillas con sus amigos y sus historias de diligencias asombrosas por toda la isla, en esa convivencia cubana iluminada por el ron si es un buen día y lo hay. Yo fumaba un open master, que solo fumo en La Habana, porque allí me gusta fumarlo, y no me pregunten por qué; porque no lo entendemos pero así lo sentimos, y porque todo lo que pasa es porque conviene ya que un día encontré la línea Master en La Habana reconociéndola durante la final de la HWC.
En otra ocasión, en cambio, estaba con Aurelio, volviendo de un viaje de caza (de puros, claro ...) y escuchando música que venía de un balcón, subimos al apartamento; pidiendo permiso con humildad, y nos encontramos en medio de un "tambor", la ofrenda votiva a los santos de la santería.
En otras ocasiones, también se pueden preparar experiencias, con el riesgo de destruir para siempre la propia objetividad de los presuntos expertos. Para mí, el Robusto Supremo 2014 de Cohíba siempre será un puro extraordinario porque lo encendí por primera vez desde una mesa de primera fila en el Tropicana, en una noche brillante con todos los colores de los trajes de bailarinas que tenía literalmente bajo mis narices.
No, a Cuba no vayas para una sesión de análisis sensorial o una cata técnica. Para eso es suficiente solo tu casa, un vaso de agua, una plantilla CCA y un poco de entrenamiento.
Pero, ¿estás seguro de que realmente entendiste el puro que estás fumando? ¿Estás seguro de que te ayudaría a hacer lo que debería hacer mejor? Fumar un puro no es solo fumar un puro, sino también entendernos un poco más a nosotros mismos.

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ENGLISH

Only those who have been to Havana can truly understand what it means to smoke in Havana.
They can, because it is not automatic: it takes that minimum of culture, sensitivity and passion that those who read me in this group certainly do not lack.
For those of you who have already been there, I would like to awaken some pleasant memories and perhaps a little nostalgia; To those who have not yet made the great journey, I would like to offer my small contribution to convince them to leave and to fully understand the obviousness of my incipit.
I was in Cuba for the first time in 2009. Not many years ago, but it seems like a century has passed for the two usual reasons why it seems that way when we return to a place visited in the past: he has changed and we have changed. In 2009 the Internet was practically non-existent, private houses were found thanks to whoever spread the word, almost all restaurants were state-owned, and very few local ones.
I was a novice smoker who had just received a Catador diploma and had to be married in a few months: what better gift than a trip to Cuba?
More seasoned colleagues, on my first "compartir" (sharing) experience had put a guy's name and phone number in my pocket to get a "preview" pack of the Limited Editions for that year. I still have a few Dukes of Romeo and Juliet left, and I was right to keep them because now at least I know what they are. i went to his house, not far from the Malecón; and found myself in a room that was a clandestine internet point with people coming and going, and at the end my "package" had also arrived, a small container with risk of arrest since I was smuggling those cigar for many.
One of the first memories of my passion for cigars in Havana was in that hidden room, with a 48 magnum that of course should not be there, as probably nothing and none of those who were present; I listened to my host's youthful stories of tobacco picking as he stared at his now-old monitors, and the sea breeze coming through the windows tried to clear the mist from our cigars.
In Havana there are 9 Casas Del Habano. It is not important to visit them all. I have my favorites, the fruit of taste and habit, and above all I have many different places that I return to each time to savor their smells and sensations, with the illusion that time has not passed. Of course, I could tell you what everyone would tell you, there are places that are a "must", the Cuban equivalent for a smoker of the Colosseum in Rome or the Piazza San Marco in Venice: the arcades of the Hotel Nacional where, especially during festivals , you can always be sure to find some fans to share the evening with; the Partagas Vip Lounge (let's hope it goes up again and the new one is up to the task) where they will soon be welcomed as friends; the Count of Villanueva, with his American sports bar atmosphere and his flavor of that old Cuba; Afternoons at the Monserrate bar and its tables overlooking the street full of mojitos, its semi-open windows and the music of its orchestra always in action. I could go on with the examples, but actually what I like about smoking in Havana is that you can do it simply by walking down the street, perhaps in less traveled places. After all, the cigar, a bit like all of us, is an expression of its place of origin and absorbs heat, humidity and salty air, the sense of time that often expands to accommodate the few things that we must do, instead of containing the many things that we usually impose on ourselves. The cigar is also a projection of ourselves: there is no better place than Havana to complete ourselves either in a dandy version with a Panama hat and a linen shirt, as well as in a pseudo macho version in a white tank top and ragged slippers.
Sometimes this "normality" which is saying a lot, can also give us an unforgettable experience.
As it happened to me one morning, in Centro Habana, when I put my nose with my cigar in my mouth to what seemed to me something like a garage or a cave, in a place where neither one thing nor the other should have been. A man stopped me quickly, and then I discovered that he was a sculptor and that this place was nothing more than a workshop. At one point I found myself there: sitting in a circle of chairs with his friends and their stories of amazing errands all over the island, in that rum-lit Cuban coexistence if it's a good day and there is. I smoked an open master, which I only smoke in Havana, because I like to smoke it there, and don't ask me why; because we don't understand it but we feel it that way, and because everything happens for a reason, since one day I found the Master line in Havana recognizing it during the final of the HWC.
On another occasion, however, I was with Aurelio, coming back from a hunting trip (for cigars, of course ...) and listening to music that came from a balcony, we went up to the apartment; humbly asking permission, and we find ourselves in the middle of a "tambor" (drum session), the votive offering to the saints of Santeria.
On other occasions, experiences can also be prepared, with the risk of destroying forever the objectivity of the alleged experts. For me, Cohíba's Robusto Supremo 2014 will always be an extraordinary cigar because I lit it for the first time from a front row table at the Tropicana, on a bright night with all the colors of those ballerina costumes that I had literally under my nose.
No, don't go to Cuba for a sensory analysis session or a technical tasting. For that, just your house, a glass of water, a CCA template and a little training are enough.
But are you sure you really understood the cigar you're smoking? Are you sure it would help you do what it should do better? Smoking a cigar is not only smoking a cigar, but also understanding ourselves a little more.